You are learning costruire ponti tra mondi: you will read the scene it happens in, learn 10 words and phrases, take apart the pattern behind them (il linguaggio della mediazione culturale: appartenenza multipla, ibridismo e terzo spazio), hear them in a conversation, rehearse them, and finish by saying one thing out loud to be graded.
Ristorante Pianostrada, Via delle Zoccolette, multicultural dinner
Pianostrada, nel cuore del quartiere ebraico di Roma, è un ristorante che incarna l'ibridismo: cucina romana con influenze contemporanee, gestito da quattro donne con storie diverse. Quella sera, attorno a un tavolo lungo, eravamo in otto: italiani, americani, brasiliani, giapponesi. Tutti parlavamo italiano.
«Appartengo simultaneamente a più mondi,» ha detto Keiko, traduttrice giapponese che vive a Roma da vent'anni. «Il mio italiano ha un accento, ma ha anche una profondità che molti nativi non hanno: vedo la lingua da fuori e da dentro.» Era il terzo spazio di cui parlano i linguisti: quel luogo tra le lingue dove nasce qualcosa di nuovo.
Lo chef ha portato un carciofo alla giudia rivisitato con una nota di yuzu. Era l'ibridismo fatto piatto: la tradizione del ghetto romano che incontra il Giappone senza tradire nessuno dei due. «Costruire ponti tra mondi,» ha detto Marco, «significa accettare di non appartenere completamente a nessuno. Ma anche di appartenere un po' a tutti.»
Ho guardato il tavolo: otto persone, cinque lingue madri, una lingua condivisa. L'italiano, quella sera, era il ponte. E noi, mediatori culturali inconsapevoli, stavamo dimostrando che l'ibridismo non è debolezza. È la forma più creativa di appartenenza.